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Stefano Bemer, solo in San Frediano
Pubblichiamo in suo ricordo l'intervista di Claudio Gherardini del novembre 2010 per il volume OLTRARNO D'AUTORE curato da Daniele Gardenti e edito da Florence Press/Firenze Spettacolo.
Chi è interessato può scaricare il libro OLTRARNO D'AUTORE su iPad, scaricando l'app Florence Press.
Quando sei arrivato in Oltrarno?
Nel 1988, da Greve in Chianti, dove avevo una bottega che avevo aperto perché non c'erano più calzolai. Venivo dal mondo della pelletteria. Un giorno avevo bisogno di una riparazione e mi sono accorto che non c'erano calzolai; allora ho deciso di diventarlo da autodidatta. In più avevo un problema di salute che mi ha fatto preferire un lavoro autonomo. Ho imparato lavorando insieme ad alcuni amici che avevano fatto un corso organizzato dal Comune di Greve sulle professioni tradizionali: io avevo gli strumenti e loro sapevano usarli. Il mio primo modello di scarpe l'ho fatto a casa di Dario Cecchini, che ospitava uno dei ragazzi che avevano fatto il corso. Ma a Greve non c'era stato ancora il boom turistico e il paese mi stava un po' stretto. Qui in San Frediano ho trovato la dimensione ideale per chi è sempre vissuto in campagna: è un paese in una città, dove conosci tutti ma se vuoi la riservatezza, tipica della città, la puoi avere. Se hai bisogno di un fabbro ce l'hai lì, un elettricista ce l'hai lì, un falegname pure. Questo è ancora così, sebbene un po' meno. Sempre meno, come da tutte le parti, ma qui ancora qualcosa c'è, mentre dalle altre parti non c'è più nulla.
Come grevigiano sei stato accettato abbastanza bene?
Sì, sono stato sempre una persona tranquilla e ho sempre fatto il mio lavoro. Ho cominciato con le riparazioni e poi ho sviluppato il lavoro su misura. Dal calzolaio ci passavano tutti, o per un laccio o per qualsiasi piccola esigenza, ed è stato difficile smettere di fare le riparazioni. Appena arrivato in San Frediano ho trovato un maestro che mi ha insegnato a fare le scarpe su misura: Primo Vessilli, che aveva la bottega qui in viale Aleardo Aleardi. Alle sei chiudevo bottega e andavo da lui a fare l'apprendista; di giorno portavo il lavoro da fare da me e la sera poi andavo da lui per mostrarglielo, e magari me lo faceva rismontare e rifare. Il lavoro di riparazione è quello che mi ha finanziato l'apprendistato: quattro giorni sulle riparazioni e due, o spesso tre, sulla scarpa. Piano piano ho ridotto il tempo dedicato alle riparazioni fino a smettere.
E come sei arrivato all'eccellenza?
Io credo nel motto “sbagliando s'impara”. All'inizio facevo quello che mi veniva richiesto. La qualità nella scarpa si vede in quella da uomo, che deve essere buona, durare nel tempo e rispondere a precisi requisiti. Le pelli, ad esempio, quando le vedi distese, sono tutte belle; solo lavorandole si capisce la qualità e l'utilizzo. Io ero curioso, chiedevo e sperimentavo.
Il tuo lavoro ha superato la dimensione di quartiere arrivando ad una internazionale.
Sì, perché capita un giornalista americano e ti fa un'intervista e delle foto; escono alcuni articoli e cominciano ad arrivare i primi clienti americani. Nell'89 mi hanno invitato in Giappone, dove sono stato accolto molto bene. Il Giappone, nella scarpa, è un paese giovanissimo: prima avevano scarpe intrecciate o il sandalo di legno. Le prime scarpe hanno cominciato a essere diffuse dopo la prima guerra mondiale. Quando ci sono stato io era il momento delle griffe, che arrivavano dopo anni di roba dozzinale; tutti erano vestiti con Armani, Versace ecc., ma ancora non avevano imparato la vestibilità europea e si vedevano taglie enormi e pantaloni troppo lunghi. Oggi invece l'uomo vestito in modo perfetto lo trovi a Tokyo. I giornalisti giapponesi, quando vengono in bottega, fanno mille domande sui dettagli della lavorazione; leggono e sanno tutto.
Ho scoperto che i giornalisti leggono i giornali, perché hanno cominciato ad arrivare moltissimi giornalisti che avevano letto di me.
Il mercato per te si è espanso in misura planetaria. Hai clienti anche famosi?
Sì, io ho clienti in quasi tutto il mondo. Fiorentini pochi. Non ti accorgi nemmeno di chi siano, perché vengono in modo tranquillo e in anonimato. Quello che arriva e fa tanta scena è chi vuole più apparire che essere. Nomi non ne posso fare se non Daniel Day Lewis che è notoriamente rimasto dieci mesi a lavorare da me. Lui è arrivato nel '99 come cliente, perché un mio cliente fiorentino, che fa il regista teatrale, aveva le mie scarpe a Parigi; lui le aveva viste e allora venne a Firenze apposta per ordinarle. Tornò una seconda volta per la prova, che va fatta dopo aver preso le misure la prima volta, poi si fanno le correzioni ed esce la scarpa su misura. Fatta la prova andò a fare una passeggiata in centro e fu aggredito dai paparazzi: era il periodo in cui si era lasciato con Isabelle Adjani, e lui è un tipo abbastanza schivo, così tornò da me per trovare rifugio. Io stavo procedendo a modificare la forma di quelle scarpe per metterle a punto e lui rimase lì ad osservare; poi mi chiese di poter tornare il giorno dopo. Due giorni dopo venne il suo amico dicendo che Daniel era rimasto affascinato dal lavoro; era in imbarazzo a chiederlo, ma gli sarebbe piaciuto rimanere un po' a provare a farlo anche lui. Io dissi subito che non lo potevo pagare quanto lui guadagnava col cinema e che poteva fare una prova da apprendista. All'inizio non mi fidavo delle sue intenzioni, pensavo mi prendesse un po' in giro; allora lo misi alla prova per vedere se era uno che si voleva baloccare o voleva provare seriamente. Lo misi a fare le cose più difficili e dure, e lui le faceva con impegno; è andata a finire che ci è rimasto dieci mesi. Si poteva permettere di fare un film ogni tre o quattro anni, quando trovava un copione e un regista che gli piacessero; invece di comprarsi una Ferrari per fare lo spocchioso, come fanno molti, aveva deciso di fare un'esperienza e incrementare le conoscenze provando a fare delle cose. Poi era serio al punto che, se doveva andare a Parigi a trovare suo figlio, mi chiedeva il permesso di prendere il venerdì pomeriggio libero, il lunedì mattina era regolarmente al lavoro. La fortuna lo aveva portato da giovane dal palcoscenico, dove era salito per una sostituzione, direttamente al cinema, non aveva mai avuto esperienze di lavoro vero. Questa esperienza lavorativa gli era sembrata la cosa giusta in un periodo di depressione, l'aveva usata come terapia. Il lavoro è, in qualche modo, terapeutico, perché se uno non c'è con la testa, si vede; il risultato non ti viene.
Il quartiere l'ha saputo...
il quartiere di San Frediano l'ha saputo da subito. Io ho detto in giro che era in incognito e di non chiedere autografi o altre manifestazioni. Devo dire che per cinque mesi, quasi sei, è stato trattato come uno del quartiere, fino a che non è arrivato una giornalista che gli ha fatto una foto: da lì è scoppiato il caso. Andava a farsi la barba dai siciliani in via dell'Orto: tre poltrone tre ditte diverse, il più vecchio ci metteva un'ora a fare la barba che ti addormentavi, e lui si divertiva. Andava il sabato a bere la cioccolata da Hemingway. C'era quello dei bianchi, l'ex pugile, che lo vedeva correre e ogni tanto andava con lui a fare footing. Una mia amica che aveva una bambina della stessa età di Ronan, il figlio, lo incontrava in piazza Tasso coi bambini. Faceva una vita di quartiere, si era integrato.
Firenze ispira un po' questo e San Frediano soprattutto.
Mentre in centro qualcuno che ti riconosce c'è sempre, qui invece non si esaltano per le cose; bevi come me, mangi come me, sei come me. Se ti vuoi fare ganzo non è il posto giusto, ma se vuoi vivere la tua vita normale è l'ideale.
E questo...
e questo vuol dire che io sono più famoso per aver ospitato un attore che per le scarpe che fò. Ma è una storia che non è stata sfruttata da nessuno dei due. Io ho rifiutato inviti in tv e interviste, ora ne parlo perché è passato il tempo e la storia si è sgonfiata.
È un episodio che ha fatto bene anche al quartiere o solo a voi due?
Secondo me anche al quartiere. Mi dispiace che la stampa, invece di esaltare questa esperienza, abbia avuto un atteggiamento denigratorio: il premio oscar che fa il ciabattino, come se fosse diminutivo; invece di sottolineare che uno di quel calibro ha scelto di venire a Firenze ad imparare un mestiere, perché a Firenze ci sono ancora i mestieri.
Ma valorizzare l'artigianato è difficile qui da noi.
Intanto c'è il lavoro fatto a mano e il lavoro fatto con le mani. Quello fatto con le mani non è detto che sia fatto bene, quello fatto a mano vuol dire imparare una tradizione e cercare di portarla avanti. Poi uno può essere più bravo o meno bravo, ma si fa il massimo con impegno e serietà. L'artigianato è un patrimonio del paese ed è stato lasciato in mano al solo artigiano. Tra gli artigiani c'è chi è bravo a lavorare e incapace di comunicare, chi è bravo a comunicare e un cane a lavorare; io sono un po' nel mezzo: bravo a comunicare e mediocre a lavorare. Questa mancanza ho cercato di compensarla con le mie maestranze, perché è chiaro che non si può saper far tutto.
Ma c'è un ricambio generazionale?
Io sono stato il primo a ripartire della nuova generazione di calzolai. Firenze era famosa fino agli anni settanta per un grande artigianato calzaturiero, poi il mestiere sembrava destinato a sparire; adesso siamo almeno in cinque della giovane generazione. Devo dire che tra le mie maestranze ci sono stati quasi sempre solo stranieri e quando cerchi personale non lo trovi. Mi sono dovuto rivolgere in Francia a “Les compagnons du devoir”, una scuola di artigianato con tutte le corporazioni. I loro studenti fanno un anno in sede, un paio d'anni a Parigi e cinque a girare, cambiando ogni anno azienda. Io sono andato alla corporazione dei calzolai e mi sono offerto di inserirmi nel loro giro; quando trovavo qualcuno in gamba insistevo e me lo concedevano per due anni.
Da noi chi fa corsi di formazione li fa per business; quindi se un ragazzo va a spendere diecimila euro per fare un corso, poi non va a fare l'operaio. Nel mondo sociale il figlio dell'operaio, tramite l'artigianato, può avere una crescita, un riscatto sociale per arrivare a professioni interessanti. Ma le associazioni di categoria, che avrebbero dovuto pensare alla formazioni nelle professioni artigianali, si sono limitate a organizzare fiere, dove lo scopo principale diventa vendere gli spazi espositivi. Fino agli anni sessanta c'era ancora il padre che portava il figlio dall'artigiano, che pagava perché insegnasse al giovane un mestiere. Noi, a differenza dei francesi e degli inglesi, non abbiamo testi scritti. Gli artigiani italiani hanno sempre tramandato in modo diretto il loro sapere e questa, in parte, è stata una causa per la nostra eccellenza. Quindi si potrebbe liberalizzare l'ingresso dei giovani al lavoro ed utilizzare il lavoro in bottega come esperienza formativa.
C'è bisogno anche di utilizzare il potenziale turistico di Firenze; ma adesso è tutto affidato a guide che portano i turisti a vedere una mostra e una bottega come fosse uno show, compreso nel loro biglietto.
Se San Frediano creasse una propria agenzia di promozione turistica?
Lo vedrei uno spreco. Ci vorrebbe invece che il Comune indicasse questa come “zona a forte presenza artigianale” e favorisse lo sviluppo e l'inserimento artigianale. Perché per la promozione gli artigiani ci pensano da soli. Ad esempio: quando era vivo Brandimarte diceva che se volevi vedere il vetro bello dovevi andare dalla Locchi, la seta bella al setificio, le scarpe vai dal Bemer e così via. L'artigiano ti manda da quello qualificato a seconda delle tue esigenze. La guida ti fa fare un giro totale e in breve tempo. L'autorganizzazione non funziona perché gli artigiani sono individualisti. Invece, ripeto, il Comune dovrebbe dire: vuoi fare l'artigiano, non andare a Scandicci, vai a Sanfrediano.
Se vai a Londra vai a vedere il mercatino di Piccadilly e a Firenze dovresti voler vedere gli artigiani di Sanfrediano C'è bisogno di divulgare cultura, ma anche di concentrare in un area le professioni. Se siamo cinque calzolai in una strada ci sarà un beneficio per tutti e non solo concorrenza. Le associazioni di categoria dovrebbero istituire dei premi, ma non per decidere chi è il più bravo, bensì per creare ambizione e una sana competizione.
Ti sei mai pentito di essere venuto a Sanfrediano?
No, pentito no; casomai ora sono in un periodo difficile perché sotto elezioni avevamo formato un'associazione e ci hanno promesso mari e monti, mentre per adesso non abbiamo visto nemmeno tappare una buca. San Frediano potrebbe essere la zona dove trovare gli artisti, gli artigiani, un concerto, un posto caratteristico anche per il turista. I negozi di via Tornabuoni li trovi in giro per il mondo, Stefano Bemer solo in Sanfrediano.











