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Il #dopocoronavirus? O è un’”Impresa” politica o non è…

A seguito dell’intervista sulla #fase2 del #dopocoronavirus con l’ingegnere Giovanni Corsi, uno dei massimi esperti in fatto di sicurezza in Toscana, (https://www.firenzespettacolo.it/ristoranti-negozi-cosa-rischia-chi-apre-5189pubblichiamo l’intervento sugli scenari futuri di Gianni Bonini.

Bonini, fiorentino, classe 1950, è un manager del settore energetico, già esponente di punta del riformismo craxiano e Presidente di Fiorentinagas pluriservizi negli anni novanta. Attualmente lavora e scrive nell’ambito della Geopolitica e del Mediterraneo in particolare.

 

1. La ripresa sarà molto dura. Questo non vuol dire che non ci sarà, ma che il mondo che uscirà da questa esperienza di confinamento (il lockdown è un termine del linguaggio “carcerario” americano) non sarà meno globalizzato, quanto penalizzante nei confronti della civiltà rassicurante e familiare del “piccolo è bello”. La normativa che uscirà dalla confusione delle “fasi”, al di là dei limiti ai diritti costituzionali (accettati con troppo silenzio!, cosa che pagheremo pesantemente) imporrà a tutte le categorie dell’impresa commerciale, ristorazione, alberghi e turismo in specifico, investimenti di un certo rilievo per adeguarsi alla massa di prescrizioni che una molteplicità di autorità di vigilanza (anche se speriamo di no) andranno a prescrivere, sommandosi al costo esorbitante degli affitti. Per molti un fardello insostenibile, con la sostenibilità igienico-ambientale che si trasforma in insostenibilità economica. Ciò favorirà presumibilmente i grandi trust del settore e del commercio elettronico a danno della filiera eco-sostenibile, a parole vezzeggiata, ma per la quale non è stato fatto niente di concreto: sgravi fiscali, costi di esercizio, efficace promozione.

È esplosa la bolla del turismo di massa nelle città d’arte, fondamentalmente legata alla rendita immobiliare ma anche sbocco occupazionale e reddituale per una miriade di minuti veicoli imprenditoriali nel settore della ristorazione e del b&b, giovani e stagionali, che complessivamente vale oltre il 10% del Pil nazionale. Vengono al pettine nodi che si trascinano dagli anni 70, quando già allora si denunciavano a Firenze ben 25mila alloggi sfitti. Anche se allora esisteva una sensibilità politica oggi scomparsa sull’espulsione dei ceti popolari dai centri storici, oggi praticamente desertificati. Il quadrilatero romano ed oltre appaiono in questi giorni privi di vita, perché la fuga dei turisti ha lasciato vuoto un parco archeologico abbandonato, che rischia peraltro anche, se la situazione non dovesse almeno parzialmente risolversi in tempi ragionevoli, seri problemi di ordine pubblico.

Pensare si tratti di un fenomeno passeggero da risolvere con erogazioni a fondo perduto è la solita errata coazione a ripetere, non solo perché queste sono cure palliative, peraltro ammesso e non concesso che ci siano le risorse pubbliche dentro questa recessione globale. È prevedibile che quel poco di liquidità disponibile si perderebbe nel mare magnum delle carenze infrastrutturali, logistiche, marketing, costi, fiscalità e burocrazia, che come un buco nero si mangeranno tutto. E poco possono fare oggi i Sindaci ai quali, diciamocelo, è rimasto il classico cerino in mano di situazioni che vengono da lontano.

Allora, se non vogliamo dissipare altre risorse e assistere paralizzati ad un darwinismo economico-sociale impietoso, dobbiamo avviare da subito un nuovo modello funzionale per una città d’arte speciale, qual’è Firenze, che rimane, ma non per sempre se non agiamo, un brand di straordinaria evocazione, una Capitale del Mondo, come l’ha definita un Grande Fiorentino, Franco Cardini, peraltro abbastanza snobbato dai suoi concittadini, al pari di molti altri suoi figli geniali.

Attenzione innanzitutto a non riproporre quei rituali tavoli istituzionali che hanno già dato prova di non avere una visione all’altezza delle crisi urbane che si trascinano dai tempi del boom economico e che hanno prodotto un disordine urbanistico, architettonico ed edilizio innegabile.

Bisogna ripartire dal basso, certo non con l’assemblearismo sessantottino (che pure esprimeva un livello politico assai più alto di tanti consigli comunali odierni), ma dalle categorie e dagli operatori chiamati a farsi loro stessi committenza, scontando un rapporto di sinergia-scontro con le organizzazioni tradizionali che li rappresentano sul piano locale e nazionale, con gli istituti assicurativi e creditizi, facendo leva sul pericolo reale che gli stessi corpi intermedi vengano travolti dal default generale.

È questa nuova committenza all’insegna di un modello di ecologia civica, che si fa carico della tutela e della valorizzazione economica del patrimonio fiorentino, ridisegnando le funzioni e le regole della città storica, superando gli stereotipi ormai improponibili, tipo sviluppo a nord-ovest e area Mercafir, recuperando invece al vecchio cuore urbano la vita e le persone che ora non ci sono.

Un progetto impossibile, utopistico? Può darsi, ma il resto è niente. Parliamone.

 

2. Sul secondo punto, l’Ingegner Corsi, che ha accumulato un’esperienza importante sul tema della sicurezza, è più bravo di me. Nello specifico sa come muoversi appunto in quella “selva selvaggia ed aspra e forte” della burocrazia, che tanta responsabilità porta nella degenerazione del caso italiano. Volendo parlare di politica, va detto che i Decreti Bassanini di fine anni novanta sull’onda demagogica di Mani Pulite, che dettero potere esecutivo di firma ai dirigenti pubblici togliendolo alle cariche politiche, sono stati l’inizio della fine. Andando oltre, si rende necessario che questa nuova committenza prima citata non sia subalterna ai modelli di stile anglosassone che presto invaderanno il mercato, dominati dai grandi studi professionali. Al contrario costruisca un proprio modello concreto ritagliato sulle sue esigenze e sulle diverse vocazioni della città. Vale per noi fiorentini, come per tutti gli altri, ognuno con la sua storia e il suo genius loci, perché è questa diversità incomparabile della civiltà italica pur nella unitarietà crescente del mercato e degli scambi culturali, il valore aggiunto nazionale spendibile, non la melassa retorica cui stiamo assistendo confinati ed impotenti.

Dunque esistono già concretamente le condizioni per dare alla luce un modello di gestione certificato, ovviamente da un ente esterno credibile, che risponda alle esigenze degli operatori di fronte alle norme ed ai loro verificatori post Coronavirus ed a costi assolutamente competitivi. L’Ingegner Corsi ne ha riassunto in modo completo ed articolato gli elementi specifici. Ribadisco però, che se da una parte non possiamo sottrarci alle procedure generali che verranno emanate, basate sostanzialmente sul concetto, discutibile in sede politica, anche se nessuno ci prova, del “distanziamento sociale”; dall’altra per funzionare il modello ha bisogno di un forte radicamento nel tessuto peculiare storico-sociale e di una progettazione sulle singole esigenze. Penso ad esempio al contesto architettonico di tante trattorie tipiche, oppure al rapporto costi-prezzi che uscirà stressato dal crollo, sia pure, speriamo momentaneo, della domanda turistica.

Per concludere, occorre opporre alla trasformazione dell’emergenza in vera e propria crisi strutturale una volontà generale che veda impegnati in prima persona i diretti interessati, imprenditori e lavoratori, protagonisti di un’edita alleanza “corporativa” che produca le regole e le condizioni di un rinnovato sistema urbano fiorentino. Le specifiche tecniche ed il modello ci sono già, quello su cui lavorare sono la coscienza ed il coraggio perché l’opportunità si realizzi.

 

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